6 ott 2022

Writober 2022 - 6. Bouquet

Da quando Alphonse aveva iniziato a lavorare per quella impresa di pulizie ne aveva viste di tutti i colori. Lui e i suoi colleghi di lavoro erano specializzati in pulizia e sgombero di vecchie case abbandonate o di persone decedute. Quella mattina insieme ad altri quattro colleghi erano andati in un appartamento di una vecchia signora che era deceduta dopo un ricovero psichiatrico coatto. La padrona di casa, appreso della morte della donna, era entrata nell'appartamento con la sua copia delle chiavi e si era trovata davanti ad una scena sconvolgente. 
Erano poco passate le 8 del mattino quando la squadra di Alphonse arrivò sul luogo. La padrona di casa che li accolse sulle scale era una donna di mezza età e aveva l'espressione di qualcuno che ha appena visto un fantasma. 
Aperta la porta dell'appartamento Alphonse capì il perché di quella espressione. Chili e chili di spazzatura accumulata ad ogni angolo della casa, sul pavimento una distesa di polvere e carta, i mobili quasi sommersi da oggetti di ogni tipo. 

«Mon Dieu, questo posto é una discarica» disse Dominic, un membro della squadra, mentre dava un calcio ad uno scatolone poco davanti l'ingresso.

«A quando pare la donna era una accumula trice compulsiva» aggiunse Claude sporgendosi in avanti per dare un'occhiata.

La padrona di casa neanche si avvicinava all'ingresso, parlava alla squadra dalle scale

«Non avevo idea che la signora avesse questo disturbo, é sempre stata discreta e puntuale con l'affitto per cui non avevo modo di immaginare tutto questo»

«Ma nessuno dei vicini ha mai avuto sospetti? Insomma, non c'è proprio un buon odore qui dentro» chiese Adrien quasi vergognandosi di quella considerazione.

«No, nessuno. Essendo un'anziana tutti hanno pensato fosse solo, che dio mi perdoni, "odore da vecchio"»

Alphonse guardò Dominic e, dandogli un colpetto sul braccio, gli fece cenno di entrare. 
Alle loro spalle la padrona di casa si avvicinò di fretta di qualche passo
«Ah ragazzi scusate, ho dimenticato una cosa. La signora parlava sempre di un bouquet a cui teneva molto. Per lei era come un gioiello prezioso, probabilmente qualche spilla, non ho idea. Per favore se lo trovate, non gettatelo, vorrei poterlo lasciarlo sulla sua tomba»

Alphonse rassicurò la donna che dopo diversi ringraziamenti scese le scale e se ne andò.

Una volta soli i ragazzi si guardarono tra loro come per chiedersi a vicenda da dove iniziare il lavoro. Insieme concordarono che era meglio iniziare dalla camera da letto. Facevano fatica a camminare in mezzo a tutti quei rifiuti, Adrien si disse preoccupato della presenza di qualche topo facendo ridere il resto della squadra.

Pian piano iniziarono a riempire i sacchi con qualsiasi cosa era presente della stanza. Gli armadi erano spalancati e pieni di volantini pubblicitari, sul letto erano ammassati i vestiti. Quella che una volta era una credenza era diventata un deposito di vasetti di qualsiasi tipo.
Alphonse era intento a svuotarla quando si accorse di un vecchio bouquet ormai secco, messo dentro uno di questi vasetti. Era ancora incartato e con un biglietto appeso. Si chiese se fosse quello di cui parlava la padrona di casa. Preso dalla curiosità lesse il biglietto: "A Agnés. Fra tutte la più bella, per sempre ti amerò. Tuo Oliver". 
Alphonse si accorse che, sommersa tra gli altri oggetti, c'erano delle piccole cornici con delle foto. In una era raffigurata una coppia di giovani in abiti matrimoniali, in un'altra il giovane dell'altra foto in divisa militare, una terza foto raffigurata i due sposi che ridevano tenendosi per mano. 

«Ragazzi, penso di aver trovato il tesoro della signora ed è la cosa più bella e triste che abbia mai visto»

I ragazzi lo raggiunsero e insieme guardarono le foto e il bouquet che nonostante i decenni manteneva tutto l'amore con il quale era stato regalato. Era davvero un gioiello prezioso. 


5 ott 2022

Writober 2022 - 5. Fiamma

 L’intervistatore era seduto su una sediolina in stoffa, teneva in mano un microfono e una cartellina con appuntate le domande che si era preparato in precedenza. Di fronte a lui era seduto un ragazzo, 25 anni circa, vestito con un completo nero e i capelli rosso fuoco. Guardava l’intervistatore mentre si dedicava alla presentazione dell’intervista, anche lui teneva in mano un microfono.


«Buongiorno a voi spettatori, siamo qui con il famoso artista Andrew Johnson per parlare della sua nuova mostra intitolata “Flame”. Dunque, Andrew, come è nata la tua arte?»


Andrew si avvicinò il microfono alla bocca:


«Intanto vorrei ringraziare te e tutti coloro che sono già venuti alla mostra. Se volessi riassumere la mia arte in breve direi che esplorazione e sperimentazione sarebbero le parole perfette. Sono affascinato dal fuoco da quando ho memoria ma finora non avevo trovato l’idea giusta per sfruttarla per la mia arte. Quando, per così dire, mi si è accesa la lampadina mi sono buttato a capofitto nella sperimentazione per trovare il metodo migliore.» 


L’intervistatore diede un’occhiata veloce alla cartellina, mentre si accingeva a porre la prossima domanda si sporse in avanti dalla sedia


«L’uso della cenere, dico bene?»


Andrew fece di sì con la testa sorridendo:


«Esattamente. Alla base dei colori che uso per dipingere le tele c’è la cenere. Nel mio studio ho un piccolo giardinetto dove, tramite un braciere che ho fatto costruire appositamente, metto a bruciare diversi oggetti in base al dipinto che ho intenzione di realizzare. È stata una scoperta quando mi sono reso conto che ogni oggetto ha una gradazione di colore diversa di cenere. Ho iniziato con fogliame di alberi diversi, carta e cartone, tabacco e molto altro»


L’intervistatore sembrava ammaliato dalle risposte di Andrew, tanto che lui stesso si chiese se non aveva mai avuto a che fare con un artista o era semplice scena per attirare l’attenzione. 


«Anche io non ne sapevo nulla, per me la cenere è sempre stata soltanto cenere. Ma dimmi, cosa ti piace di più tra il bruciare gli oggetti e l’usarne la cenere per dipingere?»


Andrew rise a quella domanda ma rispose genuinamente


«Ovviamente bruciare, no scherzo. Usare la cenere sfruttandone la vastità di gradazioni diverse è un’esperienza fantas-»


La registrazione venne interrotta a metà frase.  

Andrew era seduto al suo pc e riguardava l’intervista del giorno precedente. La stanza era invasa dal fumo, troppo per provenire dalla sigaretta che aveva in bocca. In mano teneva uno zippo, con il quale giocava ad accendere e spegnere chiudendolo. Guardava la sua immagine immobile sullo schermo con espressione seria. 


«Sei proprio un ipocrita e bugiardo» 


Il rumore dello zippo era ripetitivo e metallico. La sigaretta era arrivata alla fine e la cenere era sul punto di cadere da sola. Andrew continuava a fissare se stesso sullo schermo. Provava disgusto verso l’immagine che si era creato per il pubblico. 


«La cenere, ma per favore. A me quello che interessa è bruciare tutto quello che mi capita davanti. I quadri sono solo un modo per disfarmi dei resti di ciò che brucio. Ma ovviamente questo non lo dico, in realtà sono solo un bravo ragazzo a cui piace dipingere. Davvero Andrew? È questo quello che vuoi mostrare al mondo? Hai forse paura di essere giudicato?»


Smise di giocare con lo zippo, distolse lo sguardo dallo schermo e si misa a guardare la fiammella dell’accendino. Brillava intensamente, vibrando a suo respiro. Poteva guardare quel fuoco così caldo e affascinante  senza mai stancarsene. 


«“Non bruciare tutto Andrew! Perché hai bruciato le mie tende Andrew? Che fine ha fatto il gatto della vicina, ne sai qualcosa Andrew? Così non va bene Andrew, sei malato! Perché dio mi ha dato un figlio del genere?”. Stupida puttana, guarda dove sono adesso. Il figliol prodigo è qualcuno, mentre tu sei solo genere in un’urna»


Andrew chiuse lo zippo, nella stanza rimase solo il bagliore dello schermo del pc con ancora l’intervista in pausa. 


4 ott 2022

Writober 2022 - 4. Pettine

Erano due giorni che Cassy non riusciva a contattare sua sorella Sophia. L’aveva chiamata al telefono e contatta sui social ma non aveva ricevuto alcuna risposta e iniziava a preoccuparsi. Una sera decise di tagliare la testa al toro e andare a casa sua, anche perché aveva le chiavi. Quando entrò in casa la chiamò ma sembrava non esserci nessuno. L’ingresso era pieno di pacchi, alcuni ancora chiusi e Cassy si iniziò a preoccupare. Quando sua sorella iniziava con lo shopping compulsivo non era mai un buon segno, non per lei. Proseguendo l’esplorazione dell’appartamento arrivò allo studio di Sophia e la trovò intenta a maneggiare con delle conchiglie. L’intera stanza era ricoperta di conchiglie. Alcune erano sul tavolo accanto a lei, altre sul letto, altre ancora dentro i pacchi aperti, ne intravide alcune anche sulla moquette. 


«Sophia! Cosa stai facendo?»


Sophia fece un balzo sulla sedia e si girò verso la sorella. Non aveva una bella cera, aveva delle occhiaie molto evidenti, gli occhi rossi ed era tutta spettinata e piena di frammenti di conchiglia.


«Hey ciao sorellina. Cosa ci fai qui?»


«Ti ho chiamato per giorni e non mi hai risposto. Cosa sono tutte queste conchiglie?»


«Si chiamano pettini. Non è un nome bellissimo? Conchiglie che si chiamano pettini. Quando l’ho scoperto qualche giorno fa guardando un documentario mi si è accesa una lampadina e ne ho ordinate alcune online.»


Cassy si avvicinò a lei cercando di non calpestare le conchiglie sul pavimento. Guardò il tavolo e i suoi timori divennero più intensi. Era un ammasso di tazze, contenitori di caffè, patatine, cartoni di pizza e ovviamente dozzine di conchiglie, molte delle quali in frantumi.


«Alcune? Hai la casa piena. Cosa stai facendo?»


Sophia si mise a scavare in quell'ammasso di roba che aveva davanti e ne tirò fuori un paio di conchiglie intagliate 


«Quando ho scoperto il nome buffo di questi cosini ho pensato che sarebbe stato bello riprendere a fare lavoretti di incisione. Ricordi ai tempi del corso di intaglio delle pietre quante belle cose che avevamo creato? Ecco, così mi è venuto in mente di intagliare dei pettini per capelli con le conchiglie chiamate pettine. Non è una idea geniale?»


Cassy ne prese una in mano e la guardò brevemente per poi posarla sul tavolo e chinarsi verso la sorella.


«Sophia, hai preso le medicine in questi giorni? Sembri non dormire da giorni.»


Quella frase non piacque alla sorella che si scostò di scatto da Cassy e si alzò


«Eccola che riprende con la storia delle medicine. Ogni volta che sto bene parte la solita frase. Vuoi che passi le mie giornate a letto con l’umore sotto terra?»


«Certo che no, mi fa male che possa pensarlo. Però lo sai benissimo che i tuoi, come possiamo chiamarli, “sbalzi di umore”, dipendono anche dalla costanza con la quale prendi le medicine. Se le prendi correttamente puoi fare tutto quello che vuoi senza dover temere che l’umore precipiti. Ma se non le prendi gli “sbalzi di umore” possono essere troppo netti.»


Cassy si sedette sul letto, rendendosi solo dopo di avere delle conchiglie sotto il sedere. 


«Quando prendo le medicine non riesco a pensare, non avrò cali di umore e la voglia di lanciarmi da un ponte ma non riesco a fare niente, mi sento confusa e questa era un'occasione per creare qualcosa di mio per uscire dalla monotonia delle mie giornate»


Cassy si sedette accanto a Sophia, scostando però le conchiglie prima di sedercisi di sopra. Mise una mano su quella di Sophia e la guardò negli occhi


«Presto le medicine smetteranno di farti questo effetto, ma è importante che tu le prenda sempre e senza saltarne nessuna. Mi prometti che lo farai? Se vuoi ti aiuto con il lavoro, mi piacciono molto quelli che hai già fatto.»


Sul volto di Sophia apparve un ampio sorriso. Abbracciò la sorella quasi togliendole il fiato.


«Va bene, te lo prometto. Sono contenta che ti piacciano. Chissà, potrebbero pure diventare di moda e guadagnare una barca di soldi»


Le sorelle risero insieme. Si scambiarono un altro abbraccio per poi mettersi a lavorare insieme.


3 ott 2022

Writober 2022 - 3. Pipistrello

Natalie era una ragazza comune. Non era tra le più popolari della scuola ma non passava inosservata. Aveva finito il liceo con buoni voti e si preparava ad iniziare il college. 

Lei però, non riusciva a piacersi, evitava il più possibile di guardarsi allo specchio perché quando lo faceva provava solo un forte fastidio. Aveva gambe lunghe e snelle ma i fianchi molto larghi.

Il viso era piccolo e asciutto ma le orecchie leggermente a sventola e il naso a patatina. Ma la cosa che più la disturbava erano i suoi occhi. Erano di un nero profondo che rendevano quasi impercettibile la pupilla. Nel mondo molti avrebbero fatto carte false per avere degli occhi così rari, ma lei li odiava. Non perché fosse miope e costretta a portare gli occhiali, ma perché le ricordavano quelli dei pipistrelli. Non servivano a nulla i complimenti, in primis da parte di sua madre, per quegli occhi profondi e quasi introvabili. Per lei erano gli occhi minacciosi dei pipistrelli che a volte le capitava di vedere volare di notte in giardino. Non le erano mai piaciuti anche da bambina ma da qualche anno quella associazione la tormentava.

Ne era così angustiata che i genitori pensarono avesse subìto del bullismo a scuola e andarono a parlare con il preside ma Natalie negò fermamente di aver problemi con gli altri studenti e a casa aveva rimproverato i genitori per averla messa in imbarazzo col preside. Il tempo passava e la sua ossessione per i suoi occhi aumentava sempre di più. All'inizio iniziò a portare le lentine colorate a scuola e quando usciva con gli amici, poi passò a indossarle anche in casa e arrivò anche a dormirci, provocandosi più volte delle brutte congiuntiviti.

Aveva cominciato a mettere da parte dei soldi per delle operazioni di rinoplastica e otoplastica. Era stanca di nascondere le orecchie con i capelli lunghi, voleva cambiare taglio ma l’idea che gli altri vedessero le sue orecchie le facevano cambiare subito idea. Gli anni di pandemia erano stati un sollievo per lei, quale miglior modo per nascondere il naso agli altri se non la mascherina? Nonostante non ci fosse più l’obbligo continuava a tenerla, sopportando anche il caldo afoso piuttosto di farsi vedere.

Ormai era chiaro che l’unica soluzione per vivere bene era ricorrere alla chirurgia plastica.

Ma se quei due difetti poteva sistemarli, gli occhi restavano la sua grande condanna.  Per tutta l’estate ha rimuginato più volte su come al college verrà vista dagli altri studenti, se anche loro avrebbero notato la sua somiglianza con i pipistrelli. Doveva agire in fretta, trovare un modo per essere finalmente in pace con il suo aspetto. Quella ricerca folle di una soluzione le toglieva il sonno ed era irascibile per gran parte del giorno.

I genitori non sapevano come aiutarla, assecondavano ogni sua spesa per lentine e occhiali scuri, pensarono anche di rivolgersi ad uno psicologo ma quando lo dissero a Natalie non reagì per niente bene, gli accusò di non avere veramente a cuore il suo malessere, che gli unici aiuti che avrebbero potuto darle erano i soldi per le operazioni e un incantesimo per cambiare i suoi occhi. 

La soluzione sembrò caderle dal cielo come un fulmine. Navigando sui social vide un video promozionale di una nuova tecnica adoperata per cambiare il colore degli occhi. Un semplice intervento, qualche migliaia di dollari e i suoi occhi sarebbero stati di un bellissimo blu cielo. Non sembrava vero, un regalo dal suo angelo custode, finalmente risvegliato dal coma. Ne parò subito ai suoi genitori, descrivendo l’operazione come l’unico modo per essere finalmente felice.

Loro però non sembrarono convinti, il fatto che fosse una tecnica ancora sperimentale e per di più non approvata gli faceva storcere il naso. Non servirono a nulla le suppliche di Natalie, i suoi genitori convennero che era troppo pericoloso e costoso. Natalie pianse, urlò, supplicò, lanciò oggetti, ma nulla fece cambiare idea a suoi. dopo dozzine di tentativi sembrò rassegnata, o almeno così fece credere ai suoi genitori.

Quell’operazione era la sua unica salvezza, l’unico modo per continuare a vivere senza soffrire ogni giorno. Nelle settimane successive vendette tutto quello di cui poteva liberarsi, raccolse i risparmi per gli altri interventi che improvvisamente divennero non così urgenti e svuotò il conto dedicato alle spese del college.

Il luogo più vicino che praticava questo intervento era una clinica in Messico, per cui prenotò un volo solo andata. Per il ritorno ci avrebbe pensato dopo. Una notte, controllato che tutti in casa stessero dormendo, prese il borsone che aveva preparato giorni prima e scappò senza farsi sentire.

I genitori si accorsero della sua assenza solo la mattina seguente. Non era raggiungibile in alcun modo e quando chiamarono la polizia dissero che, avendo prenotato lei il volo, non potevano far nulla. Con la figlia scomparsa e senza più un soldo da parte ai poveri genitori rimase una sola opzione: aspettare notizie da Natalie.

E stanno ancora aspettando. 


2 ott 2022

Writober 2022 - 2. Affrettarsi

Giorno 2 Ottobre 2022

Di seguito è riportata la testimonianza della signora Benedetta Catalano in merito all’incidente accaduto in data odierna.


“Il gruppo era in cammino da circa tre ore, la prima baita del percorso era vicina e la guida escursionistica invitava tutti ad accelerare il passo. Il cielo si stava coprendo di nuvole e poteva risultare pericoloso trovarsi nel nulla in caso di pioggia. Dopo i primi solleciti il mio compagno, Nicola Baldetti, ha iniziato a lamentarsi e dare segni di nervosismo. All’inizio pensavo fosse solo stanco ma poi quando l’ho sentito mormorare tra sé riguardo quelle che per lui erano le vere intenzioni della guida ho capito che qualcosa non andava. Mi sono avvicinata a lui chiedendogli se avesse bisogno di qualcosa ma mi ha ignorato. Allora ho insistito ma era come in pieno delirio.”


La donna prende un sorso d’acqua e fa una breve pausa


“Mi disse che aveva capito il piano dell’uomo, che il suo intento era quello di farlo cadere e liberarsi di lui. Ha continuato dicendo che la guida si era invaghita di me e che per avermi sua doveva eliminare l’ostacolo. Quando mi misi a ridere pensando che scherzasse lui mi ha guardato serio e ha iniziato a insinuare che fossi d’accordo con l’uomo. Ha aggiunto che aveva senso visto che l’idea di fare una gita era stata mia e che avevo conosciuto la guida in precedenza. Ovviamente non era vero, non avevo mai visto prima quel ragazzo né pensato una cosa tanto orribile. Ma lui insisteva, dicendo che era un buon piano quello di portarlo in montagna e sfruttare la stanchezza dopo ore di camminata per farlo scivolare e cadere giù.”


La donna beve un altro sorso di acqua e si asciuga le lacrime con la mano. L’agente di fronte a lei le porge dei fazzoletti, lei ne prende uno e si tampona gli occhi. 


“È sempre stato un po’ paranoico e sospettoso ma fino ad allora l’avevo associato ad una gelosia un po’ troppo pressante ma questa mattina non sembrava neanche in sé. Cercando di restare calma ho iniziato a rassicurarlo che non avevo mai pensato di separarmi da lui e che potevamo anche tornarcene a casa senza finire l’itinerario. Sembrava essersi convinto ma la guida si è avvicinata invitandolo ad affrettarsi. In quel momento Nicola ha iniziato a urlare al ragazzo le stesse cose che aveva detto prima a me”


La guardia invita la donna ad essere più specifica, anche se comporta ripetersi. La donna si scusa e riprende


“Ha iniziato a dirgli che questo suo insistere sul camminare più veloce era un tentativo di farlo cadere per farlo fuori e non avere problemi. Ha continuato urlando che aveva pianificato il suo omicidio con me per poter stare insieme. Il ragazzo era visibilmente confuso, non sapeva quale fosse il problema e cercava di calmare Nicola dicendo che l’alta quota poteva mandare in confusione chi non era abituato. Non l’avesse mai detto. Nicola ha iniziato a spintonarlo, accusandolo questa volta di definirlo stupido e rimbecillito. Il ragazzo si è scusato e tentava in ogni modo di evitare lo scontro con Nicola ma lui continuava a urlargli cose senza senso. Nel frattempo il resto del gruppo si era radunato intorno a noi incuriositi dalle urla. Io sono andata nel panico, non sapevo come comportarmi. Sembrava che qualsiasi cosa gli si dicesse fosse un'accusa diretta nei suoi confronti.”


La donna prende un altro fazzoletto e si asciuga gli occhi. 


“Mi sono messa tra loro due per separarli ma questo non ha fatto altro che aumentare il suo delirio. Questa volta mi ha accusata di voler proteggere il mio amante da lui e che il mettermi in mezzo era la prova definitiva che noi due eravamo complici di questo piano. Ho negato e negato ancora ma mi ha spinta via ed è tornato a spingere il ragazzo. La guida a quel punto ha tirato fuori dalla tasca il walkie talkie per comunicare con la baita ma Nicola gli si è lanciato addosso, finendo entrambi a terra. Due uomini del gruppo si sono fatti avanti per fermarlo ma era in piena crisi isterica e non riuscivano a trascinarlo via. Il povero ragazzo era spaventato e quasi tremava, quando è riuscito a parlare al walkie talkie ha chiesto aiuto quasi in lacrime.”


La donna fa una breve pausa, beve il resto dell’acqua che c’era nel bicchiere trattenendo i singhiozzi del pianto


“Alla fine ci sono volute quattro persone per riuscire a tenerlo, una di loro aveva le corde per scalare e le hanno usate per legare Nicola e impedirgli di fare del male a qualcun altro. Questo però non gli ha impedito di continuare a urlare e accusare tutti i presenti di volerlo uccidere. Io non riuscivo a smettere di piangere, nonostante il supporto degli altri presenti. Dopo circa mezz’ora sono arrivati i soccorsi dalla baita che hanno richiesto un soccorso in elicottero per poter via Nicola e fargli un ricovero psichiatrico. Una volta andato via l’elicottero insieme ai restanti soccorritori abbiamo proseguito fino alla baita dove ci sono stati offerti cibo, acqua e supporto medico se necessario. La dottoressa è stata molto premurosa con me, nonostante non avessi ferite visibili. Ha ipotizzato un disturbo paranoide ma l’unica cosa che in quel momento volevo era svegliarmi da quell’incubo.


La donna si asciuga gli occhi dalle lacrime, ascolta l’agente mentre le spiega il da farsi, rilegge la sua deposizione e la firma.


1 ott 2022

Writober 2022 - 1. Gargoyle

 Quella mattina faceva un caldo afoso particolarmente fastidioso e insolito per una giornata di ottobre. Nello studio della dottoressa Ernandez si sentiva ancora il bisogno di usare l’aria condizionata. Il grande orologio appeso sopra la finestra segnava le 10:10.

Dopo che Clara si sedette sulla poltrona di fronte dalla dottoressa ci fu un lungo silenzio. La dottoressa era seduta con in mano il suo solito blocco appunti e rimase in attesa che Clara iniziasse a parlare. 

«Continuo a sognarlo, ogni notte. Non riesco a togliermelo dalla testa»

La psicologa prese appunti, cambiò posizione nella poltrona e si sistemò gli occhiali sul naso. Dopo un breve pausa chiese:

«Lo conoscevi prima che ti aggredisse?»

Clara scosse la testa ma poi, come se le fosse tornato in mente come un lampo, aggiunse che l'aveva notato intento a fissare lei a la compagna mentre pranzavano in un bar vicino il suo posto di lavoro:

«Ormai sono abituata agli sguardi accusatori delle persone. Da quando sono venuta allo scoperto ho sentito su di me dozzine di sguardi maligni ma grazie a Tess ero riuscita a farmeli scivolare di dosso. Il suo era uno dei tanti sguardi di disprezzo che ci puntavano quando passavamo del tempo insieme come semplice coppia innamorata.»

La psicologa scrisse nuovamente, aveva una scrittura così veloce e ordinata che Clara ne rimase affascinata. Non aveva ancora finito di scrivere che chiese:

«Quindi, quando l'hai notato che vi fissava, non l'hai reputato un pericolo?»

Anche questa volta Clara scosse la testa. La psicologa scrisse di nuovo.

Clara cambiò posizione, con una mano si accarezzava l’avambraccio, iniziava a sentire freddo ma non disse nulla, imputava questo suo disagio ai brutti ricordi: «Ho iniziato a spaventarmi quando l'ho visto percorrere la stessa strada che facevo verso casa. Ho cercato in borsa le chiavi di casa per usarle come arma, non sapevo cosa fare. In tanti mi hanno chiesto perché non ho chiamato la polizia ma non so cosa rispondergli. Perché non ho chiamato la polizia?»

Clara si morse il labbro inferiore. La psicologa scrisse sul taccuino e guardò Clara negli occhi: «Lo sa che non è colpa sua quello che le è successo? Quando si ha paura non si ragiona con lucidità e soltanto dopo si pensa alle varie scelte che si potevano fare». 

Clara passò dall’accarezzarsi il braccio a grattarsi sulla pelle nuda, lasciando dei lievi segni rossastri che sbiadivano dopo qualche secondo. Distolse lo sguardo dalla dottoressa, concentrò il suo interesse sul quadro appeso sopra la scrivania. La storia dell’arte non era mai stata la sua materia preferita e non riconosceva l’autore ma non le dispiaceva. Ancora fissando il quadro replicò: «Sì, lo so, ma è un pensiero che non riesco a mandar via. Continuo a rivederlo, a sentire le sue mani addosso, la sua voce che mi insulta. Ma la cosa che é più nitida di tutte è quel gargoyle tatuato sul collo. Lo vedo che mi fissa con quegli occhi spalancati e gli artigli che sembrano staccarsi dalla sua pelle e conficcarsi sulla mia.»

La dottoressa scrisse ancora e girò pagina ma non disse nulla, restò in attesa che Clara continuasse

«La notte mi sveglio urlando e spaventando Tess. Lei non si arrabbia mai, mi abbraccia e mi conforta finché non riprendo sonno ma di giorno percepisco la sua stanchezza per questa situazione. Ma ogni volta che chiudo gli occhi mi ritrovo difronte quel gargoyle che ride chiamandomi lesbica schifosa e dicendo che grazie a lui sarei tornata normale.»

I segni sulla pelle del braccio di Clara divennero più sprofondi, tanto da rimanere ben visibili anche dopo un bel po’. La dottoressa cambiò nuovamente posizione sulla poltroncina, gesto che per un attimo distrasse Clara dal grattarsi compulsivamente. 


«Il mostro che compie l’atto mostruoso che ha subìto. Quando si combatte con lo stress post traumatico non è raro che i ricordi in qualche modo cambino e alcuni dettagli risaltino più di altri. Nel suo caso è la psiche che rifiuta il fatto che un essere umano possa compiere un gesto così crudele. Il gargoyle diventa origine diretta del dolore ma, ci pensi, anche mezzo di salvezza. È grazie a quel tatuaggio che l’uomo è stato individuato e arrestato.»


«E allora perché continua a farmi male? Perché non mi lascia in pace?»


«Lo farà»


L’orologio segnava le 10:40, la seduta era conclusa.


31 ott 2014

9095

Era ormai scesa la notte e nella grande residenza del conte tutti dormivano. Nella sua bella stanza, la figlia del padrone di casa dormiva nel suo letto a baldacchino del più moderno stile vittoriano. Sotto le coperte, ella si sentiva protetta e il suo sonno era tranquillo. Ma quella notte giunsero a lei delle strane presenze. I loro respiri rompevano il silenzio assoluto. Uno dopo l'altro cinque lievi bagliori apparvero in quella stanza tramutandosi lentamente in creature dalla forma umana. Stavano immobili intorno al letto ad osservare la ragazza dormire, X si chinò su di ella iniziando a soffiarle sul viso. La ragazza iniziò ad aprire gli occhi, ancora stordita dal sonno. Il buio della stanza non le permise di vedere subito le figure accanto a lei ma, una volta realizzato di non essere sola, si mise di scatto a sedere sul letto, tirandosi la coperta per nascondersi alla loro vista. Nonostante la paura iniziale però, abbassò il lenzuolo e li guardò, uno per uno, nonostante il buio. C le porse la mano, lei la osservò e, quasi sotto ipnosi, la afferrò delicatamente, lasciando cadere il lenzuolo e alzandosi dal letto. Il lungo abito da notte le donavano un' quasi fanciullesco, nascondendo le forme femminili che, nonostante la giovane età, erano già presenti. Where’re you going, baby? Y le sussurrò all'orecchio causandole un brivido lungo la schiena. Egli la osservava, la incantava togliendole ogni minima forma di resistenza verso di loro. Dopo pochi istanti, J le si avvicinò, portandole un braccio sulla spalla per farla voltare verso la parete accanto a lei. Con un gesto della mano improvvisamente la parete iniziò a diventare trasparente fino a poi scomparire, rivelando oltre un sentiero costeggiato da alti arbusti. La ragazza restò incantata, domandandosi come fosse possibile una magia simile. (et une) Il lungo abito da notte si mosse, come animato da un soffio, trasformandosi in un elegante abito da ballo di un rosso intenso che ricordava le rose. Ella iniziò ad incamminarsi lungo il sentiero, seguito dalle cinque figure che intanto avevano assunto una forma evanescente. (deux) Il sentiero era lungo e oscuro, illuminato soltanto da due piccole lanterne cui fuoco iniziò a tremare al passaggio della fanciulla. Il lontananza ella scorse uno slargo e affrettò il passo. (trois) I cinque spiriti, ormai divenuti quasi soffi di fumo, la precedevano giungendo per primi allo slargo e fermandosi poi attendendo il suo arrivo. Tre possibili vie si diramavano da quel luogo cosicché la ragazza si fermò ad osservarle in preda alla confusione e all'indecisione. Notando la sua esitazione, i cinque spiriti le passarono velocemente intorno, fino a sfiorarle il collo, la schiena, le spalle. Subito la ragazza sentì dei brividi, un misto di piacere e fastidio. Sussultò agitandosi e, in preda ai capogiri, cadde a terra formando una grande campana con il lungo abito. Passato il disagio, la ragazza cercò di rialzarsi, aggrappandosi agli arbusti che costeggiavano il labirinto. Un lieve soffio, un fruscio di foglie fecero eco lungo il viale. La ragazza si girò, osservando più volte le vie in cerca di un qualsiasi cosa la possa aiutare a scegliere. Come ad ascoltare le sue preghiere, la via sulla sinistra si illuminò come per magia e un forte vento trascinò la ragazza verso quella direzione. Ella fece resistenza e guardò verso gli spiriti che ormai stavano procedendo verso quella direzione. Dopo qualche secondo anche lei si incamminò su quel vialetto, trasportata ancora dal vento che le soffiava tra i capelli. Il lungo vestito strisciava sul raso prato, lasciando dietro di se una scia di piume bianche, quasi come se, con quel cammino, ella stesse abbandonando a poco a poco la sua purezza.Y le passò rapido accanto l'orecchio, le sussurrò "now", lei si voltò instintivamente, restò un attimo ferma e proseguì, incantata da quel labirinto fatato. Who are you? Tell me baby~  Un altro sussurro all'orecchio. La ragazza sobbalzò, si morse leggermente il labbro, quell'ignoto suscitava in lei una curiosità morbosa, il suo corpo era teso e sensibile ad ogni minimo soffio.  Proseguì, passo dopo passo, il cammino lungo il labirinto. (et quarte) Giunse poco dopo ad un altro piazzale rotondo, questa volta senza vie di uscita. Al sentire i passi della ragazza, quattro civette scapparono via agitandosi e facendo riecheggiare il suono delle ali. (cinq) La ragazza, spaventata da quel suono improvviso, si girò più volte guardandosi attorno. I cinque spiriti erano ritornati ad una forma umana. Trovandoseli davanti indietreggiò di un passo per la sorpresa, li guardò, era incantata dalla loro bellezza. Dietro di loro apparve un grande specchio, con una cornice dorata in legno intarsiato, appena illuminato. (six) La ragazza si avvicinò allo specchio, incuriosita dal fatto che solo lei vi era riflessa. Si ripeteva che era tutto uno scherzo del buio ma, una volta di fronte ad esso, vide attentamente che le cinque figure, ormai dietro di lei, non erano presenti nel riflesso. Subito chiuse gli occhi, si portò le mani in viso, spaventata da quella visione. Lo specchio allora, lentamente, andò dissolvendosi, lasciando intravedere oltre una stanza buia, illuminata solo da delle candele. La ragazza aprì gli occhi, guardò la stanza avanti a se quando improvvisamente si accorse di asservi dentro. Si voltò più volte ma non vi erano vie di fuga, gli spiriti la circondavano guardandola e sorridendo. Si avvertirono dei suoni, come se un gatto camminasse sulla tastiera di un vecchio pianoforte. La ragazza si guardò ancora intorno, vide i vari oggetti che arredavano la stanza, un violino su un tavolo con accanto due pergamene leggermente arrotolate, un vaso con tre rose. Gli spiriti man mano le si avvicinavano, la braccavano continuando a sorridere. La ragazza continuò a girarsi, guardando in cerca di uno spiraglio che le permettesse di fuggire. Si accorse che su un altro tavolo vi erano quattro piume bianche e accanto cinque piccole sfere che brillavano di luce propria. Il suo sguardo di soffermò su quelle sfere, sentì dentro di se quelle erano parte degli spiriti che ormai la circondavano. Era in trappola. Si accasciò a terra rassegnata al suo destino, gli sguardi dei cinque spiriti erano fissi su di lei, continuavano a sorridere. J si abbassò, allungò un braccio afferrandole il mento, le loro labbra erano a pochi centimetri l'una dall'altra. Ancora sorridendo, un sospiro. "Sei nostra". 
(foto's credits to Laura Mossop)